Visita terapeutica

Sento sempre da parenti e amici lamentarsi del proprio specialista, del proprio terapeuta o addirittura del proprio medico di famiglia (adesso chiamato, secondo me volgarmente, di base): mi ha guardato 5 minuti e mi ha detto che sto bene, ma io sto male; ho pagato un sacco di soldi per non essere nemmeno guardata in faccia; mi ha fatto due strane mosse, 10 minuti totali e mi ha confermato di essere guarita, ma dopo due giorni sto come prima; 5 minuti 120 euro e neanche l’esame di intolleranze.

Potrei andare avanti ancora e rimango sempre basito da come questa società stia riuscendo a cambiare radicalmente il rapporto che dovrebbe esserci tra il personale sanitario e il paziente, arrivando alcune volte ad azzerarlo.

La medicina ha ormai perso di vista il rapporto “sciamano-malato”, quel sottile e fattivo rapporto per cui il paziente non si sente cavia inerme perduta nell’ingranaggio burocratico, animalino tremante in mezzo al lampeggiante luccichio di orridi ferri chirurgici e di intimorenti apparecchi dai mille occhi ammiccanti, “numero anonimo” nel caotico marasma dei policlinici solo apparentemente asettici (dice un vecchio ed ironico saggio: “Bisogna avere una salute di ferro per superare il ricovero in ospedale”). cit. di mio padre.

La figura del medico di famiglia, un po’ consigliere, un po’ psicologo, un po’ “sciamano” e un po’ vero medico, sta lentamente sparendo lasciando il posto ad un rapporto freddo e nel quale, a volte, il paziente sembra essere solo l’ennesima “scocciatura”.

Una questione imposta?

Mi piace pensare che queste situazioni si vengano a creare non per colpa del terapeuta, ma a causa della nostra società che sforna ogni giorno sempre più malati che devono essere seguiti sempre dallo stesso numero di medici e sanitari, che quindi si vedono costretti a tagliare corto e ad eliminare i rapporti umani per una questione di tempo e di bilancio ospedaliero.

Purtroppo non sempre è così e spesso ci si trova nelle medesime condizioni anche con il professionista rinomato (e non per forza sanitario) che ha una parcella molto alta, ma con una prestazioni che col tempo perde di spessore non risultando più all’altezza del nome: queste persone vivono di rendita sulla salute delle persone, perdendo la passione che le ha spinte a intraprendere il loro lavoro.

Che la colpa ricada sulla società, sulla struttura sanitaria o sulla persona fisica ciò che si perde realmente è sì il contatto personale, ma specialmente l’effetto placebo! Quest’ultimo è importantissima in qualsiasi tipologia di cura o terapia e purtroppo ci si sta dimenticando di questo fattore (le case farmaceutiche lo conoscono bene e per evitarlo eseguono test sui medicinali in doppio e addirittura triplo cieco!)

L’alternativa

Il successo che sta riscuotendo la medicina alternativa o complementare in diverse parti del mondo, e anche in Italia, è dovuta alle molte e diverse strade che si percorrono nell’ambito dell’uomo, non ultima delle quali, quella di considerare il paziente nella sua globalità e non per compartimenti stagni e solo con specializzazione (il concetto di olismo andrebbe insegnato in università, che purtroppo avanza al rallentatore da anni).

Il paziente è prima di tutto un uomo, con le sue angosce, i suoi dubbi, le sue gioie ed i suoi pensieri, solo dopo è anche un “potenziale ” malato: per questo motivo la professionalità è data in primo l’uomo dall’ascolto e dalla relazione che si instaura con il terapeuta, da cui spesso esce da sola la soluzione al problema (naturalmente non stiamo parlando di casi di emergenza medica).

Inoltre è stato ampiamente dimostrato che ogni parte del corpo ha un’influenza più o meno grande sulle altre: ciò si può vedere molto bene in anatomia parlando di muscoli e postura, ma il concetto è molto più ampio e comprende organi e visceri, chimica, mente e struttura.

Queste nozione vengono deliberatamente, ancora oggi, ignorate perché non brevettabili e quindi non redditizie.

Chi vuole può cambiare

Il mio articolo non vuole essere una critica generalizzata, esistono molti medici seri e bravissimi professionisti che amano il loro lavoro prodigandosi ogni giorno per la salute degli altri e il benessere generale.

Proprio da questi dovremmo prendere esempio e cominciare a rivedere la direzione che sta prendendo la sanità, smettendo di cronicizzare le malattie e le persone, vedendo finalmente di trovare soluzioni vere e concrete, meno lucrose per alcuni, ma che portino a una meta importantissima per tutti: la salute.

Questo è possibile solo con un cambio di prospettiva, cominciando a guardare tutta la persona: certo la visita non potrà durare 10 minuti, 15 quando va bene, ma almeno un’ora! Rifletteteci la prossima volta che andrete da un professionista.

Colui che si occupa della salute, sia esso sanitario, alternativo, preventivo dovrebbe vedere il paziente prima di tutto come una persona bisognosa di aiuto e mai come una mera fonte di guadagno; ognuno ha il suo ruolo nel mondo e nella società e certamente in qualsiasi professione possiamo trovare chi cerca di fare il furbo, ma il giocare con la salute altrui è inammissibile, punto.

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Visita terapeutica: il grande problema

dott. Filippo Tartaglini | Physioness.com

Autore degli articoli pubblicati su ioBenessere.it è laureato magistrale in Scienze e Tecniche delle Attività Motorie Preventive e Adattate, Diplomato Massoterapista, creatore del metodo Reflessage.